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Giovedì briscola

Capitolo otto, di Paolo Monterotti

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Ernesto Pensa tirò giù la saracinesca e serrò il negozio, come era solito fare ogni sera, cercando di non pensare al fatto che era l'ultima volta che compiva quell'atto familiare e consueto.
Con sé aveva una valigetta con pochi effetti personali e, ben organizzato in mazzette, il contante che aveva prelevato in mattinata dalla banca, prosciugando il conto e sollevando le domande di rito del cassiere. No, non aveva nessun problema particolare, aveva risposto nervosamente Ernesto all'impiegato di banca, nessuna estorsione, nessun usuraio alle calcagna: semplicemente aveva deciso di prendersi un anno sabbatico per combattere il logorio della vita moderna, girare il mondo e godersi un po' la vita. Il riferimento a uno slogan del vecchio carosello e le estremità rosicchiate a sangue delle unghie, unite al fatto che l'uomo di fronte a lui stava per realizzare quello che era in realtà il sogno della sua vita, avevano tacitato i dubbi del cassiere, che senza fiatare ulteriormente si era recato alla cassaforte e ne aveva estratto i trenta milioni, riflettendo amaramente su come fosse frustrante vedersi passare tanti soldi tra le mani senza mai poterli trattenere. Ma un giorno o l'altro...
Fatti venti metri Pensa si voltò un'ultima volta a guardare il simbolo della sua vita passata. No, non si sarebbe fatto annientare dalla nostalgia, non sarebbe diventato il classico esule che si strugge al ricordo della patria perduta. Era già completamente distrutto. Tutti i suoi sentimenti erano stati spazzati via in maniera definitiva dalla morte di Geraldine. Geraldine... Anche in quel pomeriggio fatale Ernesto aveva chiuso bottega e si era diretto a casa, dove si era subito recato in camera da letto per distendersi un poco. Era talmente assorto nei suoi pensieri che non aveva rilevato immediatamente la presenza dei due flute sul comodino, ma solo quando - già distesosi sul letto - si era voltato per accendere l'abat-jour. Aveva intuito al volo la sorpresa che voleva fargli Geraldine e, pensando che per celia si fosse nascosta da qualche parte, l'aveva inutilmente cercata e chiamata per tutta la casa. Geraldine? Geraldine? E poi lo shock nell'apprendere la terribile verità. Geraldine!

Non era riuscito a farsi una ragione di quel gesto estremo della donna, ma in qualche modo non gli riusciva di non sentirsene in qualche oscuro modo responsabile. Quel peso soffocante gli aveva schiacciato l'anima e l'aveva spinto lungo un cammino di perdizione, la cui ultima tappa lo stava conducendo all'esilio. Ernesto Pensa aveva trovato il suo rifugio nella terra dei paradisi artificiali.
Mentore della sua discesa agli inferi fu un certo Tony, un abruzzese che forniva a Ernesto delle ottime riproduzioni di libri antichi e che aveva già lavorato con suo padre. Costui, un individuo alquanto losco, aveva le mani in pasta un po' ovunque e pareva intrattenere una sterminata ragnatela di rapporti, che spaziava dalle fasce più oltranziste dell'anarchia fino alle propaggini più eversive dell'estrema destra, senza tralasciare esponenti della malavita organizzata e politici di specchiata disonestà. In un pomeriggio uggioso in cui era passato alla libreria per consegnargli dei lavori svolti su commissione, vedendo per l'ennesima volta Ernesto in preda alla più cupa delle disperazioni, decise che probabilmente avrebbe potuto aiutarlo a dimenticare i suoi affanni traendone un tornaconto non indifferente. Non ci fu bisogno di insistere molto: Ernesto accettò passivamente la via di fuga che gli veniva proposta, e in quell'ennesimo fatidico pomeriggio cominciò a fronteggiare i draghi della sua coscienza brandendo una siringa come spada. Nulla fu come prima. A poco a poco il dolore per la perdità di Geraldine si cristallizzò e si sedimentò nel fondo del suo animo, perdendo quella lancinante centralità che aveva avuto fino ad allora e diventando un sommesso rumore di fondo, che pervadeva tutto il suo essere senza però schiacciarlo in maniera insopportabile. La sua dipendenza divenne sempre più forte, come sempre più intenso si fece il legame che lo vincolava a Tony, divenuto ormai l'unico fornitore di cui avesse bisogno. Per la libreria ebbe inizio un periodo di inesorabile declino, in cui a lunghe e ingiustificate chiusure si alternavano saltuarie aperture, durante le quali Ernesto - l'espressione assente e le pupille dilatate - si aggirava tra gli scaffali, spostando casualmente volumi da una parte all'altra e borbottando frasi sconnesse ai pochi temerari che ancora si azzardavano a frequentare quella che in giro veniva ormai chiamata "la libreria del tossico".

Alla fine decise di chiuderla al pubblico, ma continuò a recarvisi ogni giorno, fingendo con sé stesso di essere impegnato in un capillare inventario e continuando a ricevere le visite interessate di Tony. Ben presto i soldi cominciarono a scarseggiare, ma fu lo stesso fornitore a proporre una soluzione, quella a cui probabilmente mirava sin dal principio: Ernesto avrebbe saldato i debiti causati dal suo nuovo vizio svolgendo per lui delle missioni "riservate". In un primo momento si trattò semplicemente di avallare l'autenticità di alcuni antichi tomi miracolosamente "rinvenuti" e messi a caro prezzo sul mercato da Tony, ma poi l'abruzzese - che nel frattempo si era trasferito a Roma e si era legato a doppio filo a una nuova organizzazione criminale emergente nel settore "polveri & affini" - aveva alzato il tiro, e per Ernesto ebbe inizio un periodo di strani viaggi attraverso la penisola. A volte Tony si presentava alla libreria senza preavviso e gli consegnava , insieme a qualche dose di nirvana a mo' di compenso, le chiavi di un veicolo fermo nella capitale da condurre verso una ignota destinazione, appuntata su un foglietto nascosto sotto il sedile. Altre volte si trattava di prelevare una valigia dal deposito bagagli di una stazione ferroviaria, portarla in un luogo prestabilito, scambiarla casualmente con quella identica recata da un suo misterioso omologo e depositare nuovamente il risultato dello scambio in una stazione. Tutto filò liscio per qualche tempo, ma il clima politico del paese stava peggiorando, gli anni si andavano facendo sempre più plumbei e i controlli delle forze dell'ordine diventavano più intensi un po' dappertutto. Un brutto giorno d'inverno Ernesto incappò in un imponente posto di blocco e si sentì cedere i nervi. I tutori dell'ordine avevano arrestato il traffico e perquisivano capillarmente ogni veicolo, palesemente alla ricerca di armi o elementi che potessero indicare una qualsiasi attività eversiva. I nervi di Ernesto, già tesi alla spasmo e provati dalla sua dipendenza chimica, non potevano reggere al pensiero di quello che gli sarebbe capitato se quegli uomini in divisa avessere gettato un'occhiata nel portabagagli dell'auto che stava conducendo. Mentre gli agenti erano impegnati a controllare le generalità degli occupanti di un veicolo un po' più avanti nella fila di auto in attesa di ispezione, Ernesto aprì con circospezione lo sportello e si diresse verso un cespuglio sul ciglio della strada, come se dovesse rispondere a un'improvvisa urgenza fisiologica. Controllò con cura di non aver attirato l'attenzione dei poliziotti, poi si abbassò dietro il cespuglio fino a scomparire dal loro campo visivo e lentamente cominciò ad allontanarsi quasi strisciando; allontanatosi di qualche centinaio di metri, si alzò e cominciò a correre a perdifiato in mezzo ai campi. Corse tutta la notte senza aver ben chiaro dove si stesse dirigendo. Più volte rovinò al suolo e si graffiò con dei rovi, ma il sacro terrore che lo animava parve renderlo immune al dolore e alla fatica: nella sua mente sconvolta la fuga sembrava l'unica plausibile soluzione a tutti i suoi problemi, immediati e non. Corse così senza meta, fino a quando incontrò una linea ferroviaria: un residuo di razionalità che ancora albergava in lui lo spinse a seguirla fino alla prima stazione. Il bigliettaio aggrottò le sopracciglia nel vedere quel figuro inzaccherato e malconcio, ma non fece domande e non sollevò obiezioni alla sua richiesta di un biglietto per il primo treno di passaggio, qualunque ne fosse la destinazione: in fondo chi lavora di notte è abituato a vedersi sfilare davanti le frange più oscure dell'umanità e acquisisce ben presto la capacità di non porsi e soprattutto di non porre troppe domande.

Una volta sul treno Ernesto si precipitò nella ritirata, dove si barricò nel tentativo di darsi nuovamente un aspetto che non attirasse troppo l'attenzione. L'immagine che gli rimandava lo specchio era veramente inquietante, tanto che per la prima volta si ritrovò a pensare seriamente a quello che stava facendo. Per un istante fu attraversato dal desiderio di chiamarsene fuori e ricominciare una esistenza normale: aveva sentito dire che in Svizzera avevano sviluppato un metodo per purificare il sangue da ogni traccia di tossicodipendenza. Ma fu solo questione di un attimo. Subito dopo si lavò con cura, rassettò i capelli scarmigliati e pulì - per quanto possibile col solo ausilio di acqua e carta igienica - il fango dai suoi abiti. Infine, come ultimo atto di questa improvvisata toilette, estrasse dal taschino interno della giacca la sua fida Durlindana, e in pochi attimi il baluginio dell'ago che si tuffava nella vena pulsante di desiderio pose fine a tutte sue angosce, proiettandolo all'istante in quel rilassato mondo artificiale che era diventato la sua dimora elettiva. Per due giorni saltò di treno in treno senza una direzione precisa, rimbalzando come una palla di caucciù da una stazione di provincia all'altra, finché decise che era il momento di fare ritorno a casa, complice il prossimo esaurimento delle scorte di denaro e di chimica rilassatezza.

Stavolta, non appena aperta la porta, gli saltarono subito agli occhi i due flute di prosecco che facevano bella mostra di sé sul tavolino dinanzi al divano. Geraldine? Pensò con una punta di follia mentre la sua mente si affollava di immagini provenienti da quel passato che tanto ostinatamente cercava di rimuovere. Per alcuni lunghi istanti non riuscì nemmeno a rendersi conto della presenza che lo scrutava con sguardo sarcastico dalla poltrona nell'angolo.
- Pensavo che un brindisi allo scampato pericolo ci stesse tutto. Sei su tutti i giornali, lo sai? - disse pacatamente Tony lanciandogli una mazzetta di quotidiani, sulle cui prime pagine campeggiava la notizia di un maxi-sequestro di stupefacenti avvenuto nel corso di un'operazione antiterroristica. Si parlava di un valore di miliardi di lire.
- E adesso cosa succederà? - chiese Ernesto, accettando con riluttanza il bicchiere che Tony gli stava porgendo.
- Per tua fortuna i miei amici sono molto potenti e hanno degli amici ancora più potenti, molto più di quanto tu possa immaginare. Il materiale è stato recuperato e le eventuali indagini non arriveranno a nulla, visto che la macchina era rubata e che tu sei incensurato.
- Bene... - bisbigliò Ernesto.
- D'altra parte però, i miei amici hanno dovuto sborsare non poco per rimettere a posto le cose, e ritengono che tu sia in forte debito nei loro confronti...
- E quindi?
- E quindi... - fece eco Tony - hanno deciso di offrirti una seconda opportunità.
- Che cosa dovrei fare?
- Devi, non dovresti, a meno che tu non abbia deciso di aver vissuto già abbastanza. In pratica si sta aprendo un nuovo mercato nel mondo degli stupefacenti, dal Sudamerica sta cominciando ad arrivare un prodotto estremamente redditizio e di gran lunga più commerciabile di qualunque cosa si trovi attualmente in giro. Il principio attivo è quello delle foglie masticate dagli indios per resistere alla fatica del lavoro alle alte quote andine, chimicamente estratto e rinforzato in laboratori d'avanguardia. Basta tirare su con il naso un pizzico di questa polvere e come d'incanto diventi il padrone del mondo. Questa è la vera risposta al logorio della vita moderna, altro che carciofi! Molti notabili, gente del mondo dello spettacolo, politici e industriali in vista ne sono già completamente schiavi, pronti a rovinarsi economicamente pur di non rimanerne sprovvisti. I profitti sono di per sé già enormi, ma ai miei amici sta a cuore saltare ogni forma di intermediazione, quindi hanno bisogno di qualcuno pulito che si rechi a Medellin in Colombia per stabilire un contatto diretto con il cartello dei produttori e organizzare una rete di distribuzione al di sopra di ogni sospetto. Per adesso tutto quello che devi fare è trasferirti in Colombia e rimanere in attesa di istruzioni. Sarà un compito difficile e rischioso, ma ti aiuterà a risolvere definitivamente i tuoi problemi, inclusi quelli di ordine economico. Dubbi, domande, perplessità?
- No, farò quello che mi viene chiesto. Non ho davvero nessun motivo per rimanere qui.
- Risposta esatta! Allora sarà il caso che tu cominci a prendere confidenza con il prodotto, visto che stai per diventarne uno dei principali esportatori del mondo. Mi raccomando, dosala con moderazione finché non ti ci sarai abituato- disse Tony mettendogli in mano una fialetta piena di polvere bianca, mentre dalla tasca ne estraeva una identica col cui contenuto tracciava due piccole righe sul vetro del tavolino.

Quella notte Ernesto stentò a chiudere occhio, un po' per l'esaltazione indotta della polvere che aveva inalato sotto l'attenta guida di Tony, un po' per l'agitazione causata dall'imminente balzo nell'ignoto che gli si prospettava: un mondo completamente nuovo lo attendeva e gli prometteva una rinnovata esistenza fatta di potere e ricchezza, ma il prezzo che avrebbe dovuto pagare sarebbe stato elevato. Doveva lasciarsi alle spalle ogni residuo principio morale e applicare alla lettera il motto "mors tua vita mea" per potercela fare, ma d'altra parte non aveva scelta.

Solo quando il sole si era fatto ormai alto nel cielo e nelle strade cominciavano a fervere le attività mattutine Ernesto riuscì a prendere sonno, cullato dal pensiero che forse in Colombia avrebbe trovato il tempo di fare un salto a Cartagena per incontrare Gabriel Garcia Marquez, che da pochi anni vi si era stabilito.

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Pubblicato il 21 gennaio 2009.

Parolata.it è a cura di Carlo Cinato.
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