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Giovedì briscola

Capitolo cinque, di Fosca Medizza

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Pare che l'ultimo sovrano del popolo Inca avesse cinque figli ancora vivi al momento della sua morte. La storia ce lo descrive cotto al rogo, secondo altri fu giustiziato al palo della garrota.
Uno di essi, Francisco, allevato ed educato dai dominicani, ebbe a sua volta molti figli. Uno dei discendenti, dopo alcune generazioni, si stabilì in Europa.
Era un guerrafondaio come i suoi predecessori, ma con una mutazione genica: amava l'arte, amava la scoperta, appassionato della "Cultura dei campi di urne", si innamorò di un'ampollina di ceramica rinvenuta in una grotta della Turingia meridionale. In questa grotta si stabilì con la moglie Paka.

Qualche generazione ancora e nel 1955  ecco l'ultimo degli Incas fra di noi: Karl, un nostro contemporaneo impastato con l'arte, innamorato dei graffiti e dei fossili come l'avo e che, come questi, aveva deciso di vivere in una sorta di caverna, una casa inospitale e squallida, alla periferia di Berlino, con la moglie Kristel, sensuale, divina, la  pelle chiara che invitava all'orgasmo a tutte le ore, sotto le sue camiciole leggere.
La ritraeva  tutti i giorni sulle sue tele mentre lei gli lamentava da lontano quanto sarebbe stato bello morire vomitando visceri e saliva nella tazza del cesso.... dentro la nicchia destinata al piacere del malessere (era forse artista anche Kristel!). Lei aveva tentato più volte il suicidio e lui l'amava anche per questo. Quarant'anni lei, trentadue lui, bellissima lei, morboso erotomane lui.
Mancava più di un lustro alla costruzione del Muro di Berlino, iniziata con una rete di filo spinato, ancora non si sentiva tanto parlare di spie e di guerra fredda. La città era grande, bellissima, ma essi non andavano mai fuori dall'antro, si masturbavano guardandosi a distanza; la finestra socchiusa, la luce che la colpiva fra le gambe, uno dei loro piaceri condivisi. Quanta intimità in questo scambio, quanta condivisione in questa apertura totale di sé e del proprio corpo, fino al piacere più tumultuoso e liquido, sotto gli occhi avidi dell'altro. Ma... un giorno successe qualcosa, arrivò la notizia della morte di Karl Hofer, il pittore preferito di Karl, suo omonimo, lo raccontava il quotidiano in una mezza pagina dedicata agli spettacoli.

Quella morte pubblicata accanto al dipinto "Le stanze nere", che lui apprezzava tanto, lo mise difronte alla possibilità che egli stesso, Karl come Karl, potesse morire senza però avere fatto niente di speciale per cui essere ricordato. Il mondo avrebbe menzionato Karl Hofer, ma nessuno avrebbe mai avrebbe più parlato di Karl Hualpa (egli stesso aveva aggiunto questo secondo nomignolo al suo vero nome da battesimo). Volle mettersi a confronto con gli altri artisti, volle provare a se stesso che fuori dall'antro lui poteva ancora farsi notare.
Il nostro speleologo desiderava finalmente  un suo Loculo Artistico e, messo il piede fuori dalla caverna, seguì il suo fiuto per scovare chi gli potesse organizzare un evento grandioso: occorreva un atelier d'avanguardia, un palazzo reale, col cazzo che un imperatore dovesse vivere come un miserabile anarchico! Altro che caverne e reperti fossili: fuochi d'artificio a coprire la Germania da nord a sud, Kristel formato due metri per tre, appesa ai ganci sulle pareti di un castello, la sua agonia senza fine esposta in una dimora regale; cento tele tutte per lei, la sua vulva irresistibile, i suoi seni tondi e morbidi, avrebbero lasciato il mondo ad occhi sgranati. Era solo questione di fare in fretta, doveva correre per fare respirare la polvere ai rivali, bisognava agire in segreto però, c'è sempre qualcuno che vuole fotterti e fa il doppio gioco. Ribolliva improvvisamente nel suo animo lo spirito guerriero dei suoi sanguinari predecessori. È nel DNA degli imperatori Inca l'attitudine alle battaglie e il ricorso alle armi, ogni sovrano assoluto crede di essere un dio.
Niente a che vedere con il paziente popolo Inca, che costruiva i ponti partendo da sottili fili d'erba che, fatti seccare ed intrecciati, diventavano corde lunghissime e pesanti. E niente nell'animo di Karl Hualpa era legato a ponti, o legato alla crescita "comune", nulla da spartire con nessuno: egli era tronfio del nome ridicolo che aveva attribuito a se stesso, sovrano guerriero già garrotato. Solo per Kristel nulla era diverso da prima; Kristel, la sua Musa sempre nuda sotto la camicia, aveva ancora gemiti per i segnali di fumo, ancora qualche possibilità per lei che la morte li cogliesse uniti.

– Potrei accontentarla, - pensava Karl ogni tanto - magari ubriachi o "fatti", magari a folle velocità, magari con una bella amante da fare morire insieme... magari qualcuno metterebbe poi una bella roccia sulla mia tomba da imperatore e magari però per le femminucce rocce più piccole, magari... e fanculo all'Osso d'Ishango, – non sapendo di precorrere col sogno di morte, gli eventi di Long Island, un anno dopo, protagonista Pollock, il grande dripper dell' action painting .
Ma ora l'obiettivo era completamente mutato: bisognava diventare immortali, altrochè.
Per un Karl che abbandonava il mondo degli uomini e dell'arte, un nuovo Karl sorgeva dalle ceneri di una caverna senza ambizioni.

Cominciò a lavorare per il grande evento, freneticamente. Contattò galleristi, impresari, mercanti dell'arte; mostrava loro le proprie opere, li lasciava senza fiato: un erotismo che “graffiava l'anima col segno”, così gli piaceva dire dei suoi manufatti. Sì, che erano belle quelle tele! Sì, che si poteva fare una mostra grandiosa, luci della ribalta, osanna e gloria. – E gloria postuma, sopratutto, - si ripeteva Karl.
Kristel sempre in posa, i glutei offerti alla vista e quasi al tatto, orifizi da non custodire gelosamente, ma da scovare, da rendere fruibili – Tesoro, sei già desiderabile così, ma apriti ancora – le diceva prima di iniziare un nuovo dipinto -  tòccati, ma le dita non devono coprire tanto; ascoltami bene: sei mia, ma diventi proprietà dell'Umanità che ama la libertà di inchiodare l'amore sui muri. Passeremo alla storia dell'arte, tu carnale e generosa, io pennello che immortala la tua bellezza più segreta e più pura.
E Kristel allargava scenari sempre più invitanti.

I lavori si susseguivano a rotazione, avevano poco tempo adesso per i loro giochi, ma facevano l'amore nella loro caverna sconcia, lei sembrava avere dimenticato di volere sedurre la morte per appartenerle una volta per tutte.
Si chiedeva perché Karl mettesse altre figure femminili nei suoi quadri, altre donne che arricchivano il contesto; a volte costruiva catene di corpi, collane di carne, di membri, di organi che si intrecciavano e si confondevano  nei colori sgargianti del rosso e del giallo e del nero, nel segno di una sessualità priva di amore, protesa solo alla ricerca del piacere.
Per questo durante l'amplesso cercava di raggiungerlo nell'intimo, voleva essere chiamata per nome, voleva che la sua identità in quell'atto fosse riconosciuta e riconoscibile; doveva essere certa che quell'intimità non fosse violata dalla presenza impalpabile di rivali con altro culo ed altro pube. E quando egli, stanco dopo l'amore, si fermava esausto sul suo corpo, Kristel lo tratteneva dentro di sé, stringendolo forte.

Rimase incinta durante una di queste ricerche di autenticità.
Karl ne fece un dramma dapprima, poi si abituò all'idea che la sua modella perdesse i connotati della bellezza che induce al peccato.
Del resto, il corpo si modificò gradualmente: tutti i dettagli fisici che lui conosceva tanto a fondo mutarono dolcemente verso rotondità vogliose, quasi era più penetrabile, più incline a donarsi fino a farsi prendere laddove non aveva mai voluto lasciarsi sfiorare.
Fu un periodo di scoperte. L'Inca mise da parte l'ascia da guerra e progettò quadri sulla creazione e sulla maternità; il ventre rigonfio prese il posto della vulva e tutto parlava di utero “creativo”. Tutto era pronto per la grande mostra personale di Karl Hualpa. Kristel pesante, sdraiata sul letto con le lenzuola disfatte, accarezzava la vita che si muoveva dentro di lei: era ancora la donna bionda dai polsi segnati che aveva intrattenuto rapporti stretti con la morte poco tempo prima, mentre Karl col carboncino disegnava l'ultimo fotogramma della gestazione, leggendo nel grembo ormai pronto al parto il futuro dell'ultimo discendente Inca.

Scelsero un nome che li aveva sempre fatti sorridere, il nome del portiere del vecchio albergo vicino al Kurfürstendamm, in cui si erano incontrati per la loro prima volta: Aristide.

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Pubblicato il 4 novembre 2008.

Parolata.it è a cura di Carlo Cinato.
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